l'orsa di mezzo

Perché tra il maggiore e il minore non c'è un buco nero


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Maratona malefica

Mi aspetta un weekend che potrei eufemisticamente definire allucinante.
Venerdì sera una torma di adolescenti si accamperà nel mio salotto, peraltro non munito di porta,   allo scopo di compiere un’impresa di quelle che tutti noi tardo-mezzetini (come definire altrimenti coloro che albergano, e neanche da poco, nella mezz’età?), ne sono certa, considererebbero una forma raffinata di tortura moderna: la maratona di Harry Potter, ergo qualcosa come sei/sette/otto (non voglio nemmeno sapere quanti sono) film dell’occhialuto maghetto visti uno dietro l’altro.

Durata prevista dell’impresa: DICIOTTO ORE.

Da un’attenta valutazione delle possibilità che mi si presentano è emerso quanto segue:

  1.  Andare a dormire a casa del mio ex-marito (“ma nel mio letto, tranquilla” ha aggiunto la premurosa figliola proponente);
  2.  non lasciarglielo fare (come proposto da mia madre);
  3.  accomodarmi con loro sul treno del binario 9 e tre quarti e immergermi nell’amena atmosfera di Hogwarts;
  4.  mettere qualche goccia di Roipnol nella cocacola, così da spegnere la tv appena cadono tutte addormentate;
  5.  agghindarmi in assetto da guerra, uscire con le amiche, abbordare un promettente partner occasionale, farmi sbattere come un tappeto per tutta la notte in una camera d’albergo e riemergerne, confusa e felice, il pomeriggio di sabato.
  6.  improvvisare un assetto qualunque, uscire con le amiche, impregnare di alcool ogni remota cellula del mio corpo, strisciare in casa a notte inoltrata (tanto le fanciulle, rapite dagli incantesimi del Loro, non si accorgerebbero di nulla) infilarmi vestita nel mio magico nuvoletto e riemergerne, confusa e infelice, il pomeriggio di sabato.

Da un’approfondita analisi di ogni suesposto punto ho dedotto quanto segue:

  1.  Non se ne parla nemmeno;
  2.  non faccio parte della generazione di mia madre, che riguardo alle eventuali ripercussioni negative dei reiterati rifiuti genitoriali sul delicato equilibrio emotivo e psicologico dei figli pensava “chi se ne fotte”, anzi non ci pensava neanche, per cui in mancanza di particolari controindicazioni cerco sempre di accontentare la progenie, nel limite delle mie possibilità. Ergo: sarò anche scema ma questa gliela lascio fare;
  3.  intanto di sicuro non mi vorrebbero, e le capisco: non sono mai riuscita a guardare un quarto di film di Harry Potter senza iniziare a russare, e per una ragazzina una madre russante in mezzo a sette amiche può risultare imbarazzante. Poi tanto so già che rimarrei delusa. Nessun incantesimo è in grado di far trasmigrare ormoni adolescenziali, seppur in ambiente saturo, verso una tardo-mezzetina al punto da allontanare il temuto avvento della menopausa.
  4.  qualcosa mi dice che forse non è il caso;
  5.  solo scrivere la frase “agghindarmi in assetto da guerra” mi stanca tremendamente, e posto che ce la possa fare sono certa che non abborderei nulla di esente da panzetta, alitosi,   disfunzione erettile, idiozia conclamata e via dicendo, o in grado di promettere qualcosa di più del desiderio di iscrivermi a un corso accelerato di rianimazione. Forse volevo scrivere rassegnazione.
  6. Niente.

Se nessuno ha qualcosa di meglio da propormi, credo sia evidente quali sono i miei programmi per il prossimo venerdì sera.

Tanto più che una sbornia mantiene sempre ciò che promette. Che si tratti di un gran mal di testa è un dettaglio.

harry.potter


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Fiesta!

Sempre quella sensazione di vivere su un crinale. Sempre in allerta, come se rilassandoti del tutto fossi certa di rotolare giù, da una parte o dall’altra.
Sempre quell’attesa sorniona della punizione per qualche brumosa colpa non meglio identificata, ma che di sicuro hai commesso. Fosse anche solo per il fatto di aver avuto, finora, una vita tutto sommato tranquilla, tanto che per portarti avanti cominci a punirti un po’ da sola, come facevi da ragazzina, quando per paura di cadere durante una discesa particolarmente aspra sugli sci o sui pattini a rotelle, ti buttavi a terra da sola, sfracellandoti peggio che per una caduta accidentale.
Avanzi maleolenti di educazione cattolica?
Scarsa autostima?
Poco importa, in fondo. In nessuno dei due casi vale la pena di addentrarsi troppo. Si rischia di conciarsi come quelle sonde che vengono infilate nelle colonne degli scarichi per trovare le falle.
Sempre faccende merdose, sono.

Meglio sdrammatizzare con  una bella vacanzina in centro Italia con due amici.
Di cui una russa.
E l’altro russa.

Beh.
Lei è un gran bel pezzo di blogger; oltre che un’esperta di lingue dall’eloquio affascinante avrebbe potuto diventare una “personal shopper” di successo (un paio di clienti li avrebbe trovati soltanto in quel weekend).
Lui è blogger da un bel pezzo, anch’egli molto in confidenza con le parole, ma per ragioni diverse. Per essere un noto  insonne dorme tantissimo, e per farlo sapere a più gente possibile si diletta in performances  sonore degne di un vero musicista industriale.
Tu, per sopperire alla deficienza di qualità personali, ti presenti accompagnata da alcuni prodotti tipici della tua zona: salumi, formaggi, dolci, diluvi parauniversali.

Gozzovigliate allegramente fino a tarda notte, a suon di Vignanello doc e soci.
Il mattino dopo, nonostante le stanze impregnate di luce, non fate nemmeno una piega ma quando la festa patronale dell’ameno paesello esplode letteralmente facendo tremare la casa più e più volte, ti svegli di botto (è il caso di dirlo) convinta che sarebbe il caso di cercare subito un rifugio antiaereo, se solo i fumi dell’alcol ti permettessero di capire dove cacchio sei. Forse a Gaza?
Mai avresti pensato che potesse esistere gente che festeggia sparando bombe in cielo in pieno giorno.
Ora lo sai: esiste. E lo fa per due giorni di fila, di cui il secondo al mattino presto. Giusto per convincere gli increduli.

La zona però è molto bella.
Sono luoghi che trasudano storia, e amore per la terra.
Scopri una volta di più quanto può essere piacevole addentrarsi in territori gestiti in armonia e rispetto dell’ambiente naturale, quanto ti piace stare in compagnia di persone aperte e stimolanti, quanta deferenza provi verso l’arte.
Quanto te piace magnà bbene, soprattutto.
Impari dal simpatico custode di una chiesa, un po’ folle ad esser proprio pignoli ma infinitamente colto rispetto a te, che prima del Concilio di Trento il peccato era prerogativa femminile (ah, e dopo no?), per cui ti dici che, considerati i quasi cinquecento anni che son passati, forse è ora di gettare nell’umido gli avanzi maleolenti di cui sopra.
Entri così velocemente nello spirito goliardico del luogo che al terzo giorno, guardando un manifesto teatrale, ti par di leggere “Romeo e Porchetta”. Bah.
Le ore corrono via, metaforicamente parlando.
Gli amici, come in un futuribile orologio umano, sanno mettere le ali al tempo, e anche a te, visto che, contrariamente alle tue pessimistiche previsioni, riesci ad infilarti nel treno del ritorno al volo.

Se continui così finirà che un giorno o l’altro ci cadrai veramente, dal crinale.
In stato di ubriachezza.

esempio di futuribile orologio umano

esempio di futuribile orologio umano


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Quattordicesimo: una faccenda di costume.

La vedo da dietro.
Indossa un costume intero, nero, da cui spuntano due lembi di mutanda, bianca.
Nulla distraeva la mia pigra attenzione vacanziera dall’infinito azzurro che ho davanti, fino a un momento fa.
Non i bambini che sguazzano a venti centimetri dai miei piedi.
Non la madre sciatta che strilla Cristofer, Sciaron, Riciard, Selèn.
Neanche il trecentosettantaseiesimo cingalese con i suoi braccialetti sbiaditi.
Ma quei lembi di mutanda ribelle si impongono su tutto il resto, catturano il mio sguardo indolente, costretto ad abbandonare l’ipnosi a buon mercato dell’orizzonte.
Sono indecisa tra il riso interiore e la tenerezza, ma poi opto per entrambi. Pare che si possa.
Forse sorrido anche fuori, spero non troppo.
L’uomo, pantaloncino da bagno in fantasia floreale che dal culmine dell’addome prominente arriva a sfiorare il polpaccio, le cammina a fianco.
Sulla testa portano due berretti da pescatore. Bianco lui, grigio perla lei.
Li vedo arrancare sul bagnasciuga, la donna un po’ di più. Così il compagno, con dolcezza, le prende una mano e l’aiuta a camminargli a fianco.
Guardo quelle mani rugose. Strette, amiche.
Per un attimo penso che io, con la mia smania di vivere adesso non so neanche cosa, me la sono giocata, quell’affettuosa complicità residua, così importante quando davanti hai solo il declino. Quando non ti resta altro.
Ma poi chi lo sa, cosa succede. Tutto ha un prezzo e io ho scelto quello da pagare più avanti.
Intanto mi godo altro, poi si vedrà.
I due guadagnano faticosamente qualche metro, poi si fermano e cambiano direzione.
Girandosi la donna mostra, sul lato destro del costume, quella che sembra una striscia chiara. Mi trovo a sperare che i lembi di mutanda siano in realtà un motivo collegato a quella striscia ma stringendo gli occhi miopi vedo che no. Essa è invece leopardata, mentre la biancheria, purtroppo, resta candidamente tale.
Avanzano con prudenza sul fondo sassoso, e quando l’acqua fresca oltrepassa i ginocchi ne raccolgono un po’ e se la spalmano addosso.
Da molto tempo non vedevo fare quel gesto, che peraltro ho sempre considerato un’inutile tortura; io sono di quelli che contano fino a tre poi si tuffano e amen.
Di colpo l’uomo si lancia in avanti e sparisce, flessuoso, tutto tranne il berrettino bianco. Un balenottero in semifantasia floreale che rivela, immerso nel liquido, una stupefacente e antica agilità.
Nuota e nuota, come se non avesse mai fatto altro. Intuisco, affascinata, la sua gioia. Oltrepassa la boa, ebbro di leggerezza, diventa una piccola boa bianca a sua volta e poi ritorna per invitare la compagna a raggiungerlo.
Ma lei non dev’essere un animale altrettanto acquatico.
Lei, con la vezzosa striscia leopardata e la mutanda che spunta da sotto, rimane a riva, non ha il coraggio. Fa un passetto in avanti, illudendolo, e poi si ritrae, nonostante gli inviti a larghi gesti, finché lui si rassegna e torna, per la sua bella, alle fatiche della terraferma.
Amore è versare un po’ di se stessi nel pendere verso l’altro. Ne vale la pena, fino a quando non si perde l’equilibrio.

Ecco le mani che si riallacciano. Ecco che il cammino stentato riprende.
Li vedo allontanarsi piano tra la folla di bimbi esaltati dai primi bagni.
Un cappellino bianco, l’altro grigio perla.
Poi non li vedo più.


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Tredicesimo: Chi non ha testa metta gambe. E vada a nascondersi.

Arriva un momento, nella vita, in cui ti rendi conto che il tuo cervello non ti sta più dietro.
E ciò non è per niente bello, considerato che già da un po’ lo stavi trascinando al guinzaglio e per di più l’età della pensione è lontana come il primo WC quando te la stai facendo addosso.
Giorni fa un noto portale di compravendite online mi avvisa che purtroppo un non meglio identificato hacker ha violato i suoi archivi (qualcosa tipo tre mesi fa, ma questo è un dettaglio del quale non ha ritenuto necessario informarmi) e pertanto, onde evitare che il birbone utilizzi i miei poveri dati sensibili per darsi ad una assai modesta pazza gioia (cosa che avrebbe già potuto fare mille volte), mi prega di cambiare la mia password di accesso.
Peccato che nessuna di quelle che ho provato a inserire sia considerata sicura.
Dopo enne tentativi ho dovuto arrendermi all’evidenza: non sono in grado di digitare una password di dieci caratteri tutta fatta di asterischi, chiocciole, cifre e lettere maiuscole e minuscole senza vederla, e poi ricordarmela pure.
Così, in un impeto di rabbia (orrendamente simile a quella di certi anziani che usano il cellulare come fermacarte), ho rimosso l’account.
Appena prima di realizzare che avrei potuto annotare su un foglietto (di quelli che perdo) la password assurda E POI batterla sulla tastiera.
Pazienza, mi son detta, quel portale ha perso una cliente, e io posso vivere benissimo senza acquistare pellicole per il telefono online. Lavoro ogni giorno al pc senza problemi, non è certo per una sciocchezza simile che dovrei sospettare che la mia brillantezza mentale stia perdendo colpi.

Peccato che il giorno successivo la mia mente così fulgida abbia rimosso per sempre dal suo database il PIN del bancomat.
Ho provato e riprovato. Bloccato e riattivato e ribloccato il bancomat. Non c’è verso. Ricordo le cifre ma non l’ordine, ho provato qualcosa come 27 combinazioni diverse, e non trovo più la comunicazione della banca e nemmeno il foglietto (di quelli che perdo, appunto) sul quale l’avevo diligentemente annotato.
A remare contro ci si è messo pure il POS della Coop (su 16 casse io scelgo SEMPRE quella giusta), al quale si è incastrato il tasto del 6 proprio mentre lo premevo io, mandando a pallino il mio ennesimo tentativo disperato.
Ho pensato che potrei chiedere il PIN all’hacker, lui di sicuro lo sa.

Per fortuna, però, laddove la mente comincia a dar segni di cedimento, il fisico è ancora motivo d’orgoglio.
Oggi al ristorante, andando alla toilette, ho ricevuto gli applausi di un’intera tavolata di vecchi ubriaconi.
Son cose, direbbe una mia amica.
Mi sono ricordata dell’anno scorso al mare, quando in spiaggia un tale mi chiese se, pagandomi, potevo ripassargli davanti in costume da bagno.
Roba da vantarsi con le amiche, se non fosse che sembrava il nonno di Casaleggio.

Però quasi quasi, ora che vado al mare e ho perso l’uso del bancomat, potrei tornare in quella spiaggia… se mi ricordo dov’è.

E sempre se il nonnetto capellone nel frattempo non è andato in vacanza nel paradiso dei vecchi ubriaconi, dove 72 donne di mezz’età in bikini gli passano davanti a rotazione, per l’eternità.