l'orsa di mezzo

Perché tra il maggiore e il minore non c'è un buco nero

Interno notte – 1

15 commenti

22,37.

Giusto il tempo di riordinare la cucina e prepararsi per la Messa di mezzanotte. Non sia mai che si vada via con la casa in disordine, e se poi venissero i ladri? Girano parecchio, durante le feste. Bande di disgraziati stranieri che ti ribaltano tutto pur di scovare un euro. Ci manca che poi vadano a dire in giro che gli italiani sono trasandati.
Dina ripone in frigo la terrina di acciughe al verde che ha appena preparato, soddisfatta. E’ sempre fiera, delle sue acciughe al verde. Costano un sacco in soldi e fatica, medita massaggiandosi il fondo della schiena col polso sinistro per non sporcare la tuta di acciughe – che poi da quanto puzzano toccherebbe lavarla subito – ma ne vale la pena. Sono uno dei punti forti del suo pranzo di Natale e poi Cristina ne va matta, per cui non rinuncerebbe a prepararle per nulla al mondo.
Certo, se Giovanni l’aiutasse non sarebbe male. Giorgio, il marito di Betta, le lava sempre lui, le acciughe, ma da Giovanni cosa vuoi pretendere. Quel balengo non sa far altro che guardare la tv. Le rovinerebbe.
“Giovanni! Porta almeno giù l’immondizia, mentre io pulisco la cucina.”
Ma lui non sente neanche, completamente ipnotizzato com’è dalla grassona americana che vive con 49 topi in camera da letto.
“Giovanni!”
In quella casa non si può proprio contare sull’aiuto di nessuno, così Dina sbuffa un po’ poi lega ben bene il sacchetto dell’organico, prende su anche il bidoncino del vetro, sempre colmo “Neanche fossimo due ubriaconi” e già che c’è anche l’indifferenziato. Che poi a che serve dividere, quando lo sanno tutti che quei pelandroni dell’azienda dei rifiuti mischiano tutto insieme… tutte scuse per grattare soldi alla brava gente che paga le tasse.
Dina borbotta e si ferma un momento sulla porta a guardare all’ingiù, prima di uscire sul pianerottolo. La tuta ha i bordi slabbrati, una medaglia d’unto sul belvedere, e le ciabatte sono in uno stato che è meglio non commentare, ma tanto deve solo scendere un momentino e del resto le ciabatte non son mica fatte per essere esibite. Se Dina si guardasse allo specchio si accorgerebbe anche che ha i capelli tutti schiacciati da una parte e uno sbaffo da pirata sulla guancia, fatto di acciuga (dev’essere successo prima, quando aveva quel prurito), ma nell’ingresso lo specchio non c’è, quindi lei si guarda solo dove riesce, e va.
Sta aspettando l’ascensore quando sente chiudere una porta e il rumore dei tacchi. Quei tacchi li conosce bene, sono della Slo-vacca, la bionda che abita di sopra, nella mansarda. Esce ogni sera più o meno a quell’ora, anzi di solito più tardi, quando Dina e Giovanni sono già a letto e non riescono a dormire (mai che a lui venga in mente un’alternativa) per colpa di quel tic-toc che va avanti e indietro senza alcuna pietà per la gente normale. Perché la Slo-vacca normale non è. Esce a quell’ora per andare in un night della collina a combinare chissà quale porcheria che non si può dire, e poi torna insieme al sole, quando le persone serie si alzano per andare al lavoro.
Non si può dire e neanche si dovrebbe pensare ma Giovanni la pensa e Dina lo sa, ah se lo sa, perciò non può sopportare la Slo-vacca e farebbe qualsiasi cosa per non dividere con lei l’ascensore, che su, fino alle mansarde, non arriva.
Preme e ripreme il pulsante con la lettera T ma quello è lento come una quaresima, altro che Natale.
La porta finalmente comincia a chiudersi e il pericolo pare scampato, quando la punta argentea di uno stivale munito non solo di tacco ma anche di plateau da cugino di campagna si infila in mezzo e la Slo-vacca si materializza in tutto il suo metro e ottanta di sfacciataggine.
Dina soffoca il grugnito e lo morde in un “Buonasera”, poi volta lo sguardo dall’altra parte, come si fa quando si è costretti in uno spazio ristretto con un estraneo.
Ma intanto con la vista laterale scannerizza.
Mica per relazionare a Giovanni, che poi quello sogna, allunga la mano e la ritira tre secondi dopo, no no. Racconterà di com’era conciata la vicina alla sua Cristina domani, quando verrà da Copenhagen per il pranzo di Natale.
Ha appena analizzato il secondo chilometro di gamba ed è arrivata a un coriandolo di ecopelle nera che dovrebbe fungere da gonna, quando la luce va via e la cabina si ferma.
Una strilla, l’altra impreca. Non si sa cosa dice ma Dina lo capisce dal tono.
Un attimo dopo si accende la lucina d’emergenza. Purtroppo, brontola dentro di sè Dina, perché così sono costrette a guardarsi e lei non è proprio in vena di essere guardata, conciata com’è, e tanto meno di comunicare con una che la infastidisce solo per il fatto di esistere. Fortuna che trenta centimetri buoni dividono in altezza le due prigioniere, che così non sono costrette a inquadrarsi negli occhi.

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Autore: stella scadente

Esemplare femmina (o femmina esemplare, a scelta) di essere umano.

15 thoughts on “Interno notte – 1

  1. Il seguito, ti prego, prima possibile. Grazie 🙂

  2. e… e… e…? mannaggia, stanotte non ci dormo!!

  3. Una cosa si può già dire. Giovanni subirà una cruda rieducazione.

  4. Non dovevo leggere io che sono claustroofobica

  5. per ora è divertente, speriamo che non volga in dramma.
    piaciuti gli accenni (acciughe al verde, balengo) che collocano il racconto in una zona precisa (profondo Piemonte, direi) e qualche dettaglio preciso che inquadra i protagonisti, (grandiosa la Slo-vacca, che basta sentire come Dina ne pronuncia il nome staccato per capire il personaggio)
    ml

  6. sto “tuned” (come dicono quelli che sanno l’inglese) per sapere il seguito.

  7. Per uscire da un ascensore bloccato basta aprire le porticine interne e cercare una specie di maniglia con una rotella che sta nell’intercapedine dal lato della serratura della porta esterna.
    Una volta individuata la si solleva quanto basta e la porta esterna si sblocca e si può aprire.
    Se l’ascensore non è al piano basta fare un piccolo salto e si è fuori.
    Faglielo sapere a quelle due sfigate prima che inizi la seconda parte del racconto.

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