l'orsa di mezzo

Perché tra il maggiore e il minore non c'è un buco nero

Quante estati fa…

8 commenti

Sguscio con la solita delicatezza pachidermica  dalla corsia della pasta a quella dei biscotti e il mio sguardo si scontra col tuo. Lo stesso sguardo acquoso che avevi trenta, no, trentacinque anzi quasi quarant’anni fa.
Quando eri la mia migliore amica.
Il sorriso affiora spontaneo da entrambe le parti ma la sorpresa è tale e il tempo passato così tanto che qualunque iniziativa resta impantanata in un doppio “ciao”, soffiato prima di scivolare via, ognuna risucchiata dal suo carrello.
Sto ancora maledicendo la timidezza e gli scarsi riflessi che mi hanno impedito di abbracciarti, e penso che lo stesso stia facendo tu, quando ti incontro di nuovo e si scatena il “carramba che sorpresa” nel bel mezzo della corsia centrale, moderno luogo d’incontri per gente che passa la propria vita a correre.
La lacrimuccia per fortuna ce la risparmiamo, mentre invece le parole sfociano alla grande, andando a ricoprire appena il fondo dell’abisso temporale che  divide le nostre vite.

Troppe cose da raccontare impediscono ai discorsi di seguire un filo logico. Ci si limita all’essenziale, si saltella qua e là e più che altro parli tu. Come una volta, del resto.
Intanto io non ascolto mica tanto bene, catturata come sono dai ricordi. Scruto il tuo viso, invecchiato come deve sembrarti il mio, ma i miei occhi in realtà guardano dietro di te. Vedono quattro bambini e un giardino grande,  i pomeriggi infiniti di quelle estati che duravano di più e scaldavano davvero, le merende sulle panchine, gli scherzi alle vicine antipatiche, la “Banda dei quattro” col suo statuto e il codice segreto nascosti tra le rocce, il tuo fratellino che piangeva per nulla e i tuoi genitori che sgridavano sempre te, la trasmissione che conducevamo insieme alla radio la domenica pomeriggio, incentrata sui cantautori, dei quali tu sapevi tutto e io, tanto per cambiare, poco più di niente.
Mi presenti tuo marito. Io non ho più mariti da presentare, ma non faccio alcun accenno all’argomento, tanto  lo so che la tua famiglia ti avrà prontamente informata di tutto.
Si parla del lavoro. Ci si interroga reciprocamente sulla salute degli anziani genitori.
E’ quando il discorso devia dove è naturale che sia, sui figli, che la memoria va a incastrarsi sulla crepa che danneggiò definitivamente la nostra amicizia.
Parlando del tuo primogenito ti illumini tutta, quasi gorgheggi, lanci occhiate tronfie al consorte e non fai che ripetere quanto il pupo primeggi negli studi. “Pensa che quando prende un trenta rimane deluso!”.
Poverino.
Anche le mie figlie sono bravissime a scuola, ma io me lo tengo per me. Come tenni nascosta la ferita inferta alla mia gioia dalle tue parole corrosive di tanti anni fa: avevo da poco superato con successo l’esame di terza media e tu, dall’alto della tua superbia, invece di congratularti osservasti che secondo te non meritavo la stessa votazione eccellente ottenuta da te l’anno prima.
Avrei dovuto risponderti che se avevamo raggiunto lo stesso risultato tu studiando molto e io poco, forse non era il caso di vantarsi troppo, ma non ne fui capace.
Ora, come allora, rimango spiazzata. Non ho mai imparato a reagire di fronte a chi ostenta la sua presunta superiorità. Vorrei farlo ma forse la verità è che non ritengo sia il caso.
In fondo fai la maestra elementare e non mi risulta che tu abbia preso un Nobel.
Auguro di tutto cuore a tuo figlio di prenderlo per te.

E alle mie, di essere felici.

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Autore: stella scadente

Esemplare femmina (o femmina esemplare, a scelta) di essere umano.

8 thoughts on “Quante estati fa…

  1. Questi sono ricordi che fanno male, molto male.
    Scrivendoli così dettagliatamente come sai fare tu, si riuscirà a smontarli a pezzettini e renderli finalmente inoffensivi?
    Ogni tanto ci provo anch’io… quando ho voglia di lacrime, di nostalgia e di rabbia.
    Buon ferragosto, orsa espe.

    • I ricordi fanno male solo se non smussi loro le spine prima di riporli. Con questo piccolo accorgimento puoi tirarli fuori quando vuoi e passarteli sulla pelle ottenendo un effetto rinvigorente. Buon ferragosto a te, alfred.

  2. Cerchiamo sempre la sofferenza quando più ci vogliamo sentire vivi. Chissà perché.

  3. Mi sono trovata in una situazione simile diversi anni fa e, col tempo, ho capito che in casi come questi è molto più “desolante” la compagnia della solitudine.

  4. Vedi? Io e te ci capiamo sempre 😉

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