l'orsa di mezzo

Perché tra il maggiore e il minore non c'è un buco nero


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Confuso e (chiamalo scemo) felice.

Matteo Richetti, ospite della Gruber, afferma, a proposito del jobs act (e mi viene la pelle d’oca ogni volta che scrivo o dico uno di quei termini inglesi ridicoli con cui questo carnascialesco governo ci ricama la vita di marron), che è ora che la gente si tolga dalla testa che essere assunti significa fare tredici al totocalcio. Ma dai!!! Ma veramente non è così?

A parte che credo che la ggente se ne sia accorta da mo, raramente ho sentito un’affermazione così triste da un sedicente politico  di sinistra.

Ma poi penso che forse ha fatto confusione, poverino. Voleva dire “eletti” e gli è uscito “assunti”.

Pensava di parlare dei parlamentari, e non di persone che, in cambio di uno stipendio troppo spesso inadeguato, lavorano.

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Proposito per l’anno nuovo. Adesso, embè?

Ebbene sì, sono viva. Abbastanza.

A differenza del protagonista del post precedente, il quale, constatato che non sarebbe mai riuscito a raggiungere il portoncino di casa mia per andare a chiedere aiuto al vicino dal pollice verde VERO, si è suicidato.
Peggio per lui. Tsk.
Se avesse tenuto duro magari mezzo bicchierino d’acqua prima o poi gli sarebbe toccato.

Certo che la vita è strana.

Sta lì, sorniona, a farsi sfidare di continuo e tirare per la giacca senza dire niente da una che non ne ha mai abbastanza e poi, non appena quella tizia lì mai contenta ha raggiunto il traguardo di turno e si sta giusto giusto apprestando a rilassarsi un momentino, lei TRATRAK, le spara fuori un colpo gobbo da ricordarselo per un bel pezzo.
E protestare prima? No?
In effetti non è vero che la vita è stata buona buona, perché di proteste e avvisaglie sotto forma di intoppi di ogni sorta ne erano arrivate parecchie, ma quando una nasce sagittario ascendente ariete, non so se mi spiego, e va dritta per la sua strada a testa bassa bruciando e calpestando ogni ostacolo osi pararsi tra lei e il suo obiettivo, non è che sta lì a valutare e ponderare eventuali segnali negativi del destino, e se lo fa lo fa per poco, perché poi si sente idiota e superstiziosa (cioè idiota), nonché passiva (non sia MAI!) e ricomincia a triturare macigni e a far volare nemici come Obelix nei suoi giorni migliori.

Ma mi spiego.
Volevo cambiare lavoro. Complicandomi non poco la vita ma auspicando maggiori soddisfazioni.
Ci sono riuscita, mettendoci UN ANNO e combattendo contro una serie infinita di avversità.
Prima di tutto il mio capo non ne voleva sapere (e qui violo la mia abituale modestia affermando che la capisco) ma anche quando lei ha visto fallire tutti i suoi tentativi di boicottaggio e se ne è fatta finalmente una ragione, ne sono successe di ogni.
Ma ce l’ho fatta!
E quando finalmente approdo trionfante al nuovo ufficio, esausta ma felice come una megattera che dopo aver attraversato il Pacifico infila il ghiotto musone in un banco di aringhe, che succede?
Che mi ammalo.
E mi sparo la più lunga assenza per malattia della mia carriera lavorativa: otto giorni OTTO, dopo averne fatti solo sei di lavoro.
Cosa che costituirebbe un’onta della peggior specie (e non è stata affatto facile da digerire), per una che si dà tanto da fare per essere una persona brava ma così brava che più brava non si può, se non fosse che di recente ho visto accadere ai miei amici cose talmente tremende da fare alla mia scala di valori quel che un bebè fa a una torre di cubettoni colorati.

Capita, a quelli della mia età e oltre, di dire: “Ah, se potessi avere il corpo di quando ero giovane con la mente di adesso!”, come se la saggezza acquisita negli anni potesse aiutare a sfruttare meglio le opportunità, ma non è così, perché insieme alla saggezza si acquisiscono consapevolezza, disincanto, cinismo. Fottuta paura.
Tutte cose che influenzerebbero ancor più dell’ingenuità, con esiti devastanti.

Dai ragazzi c’è molto da imparare.
Basta osservarli, ascoltarli, star con loro e alzare ben bene le antenne.
Si diventa vecchi quando si smette di frequentare i giovani.
Per stare meglio nel corpo che ho adesso, e che avrò più in là, voglio assorbire un po’ della loro capacità di credere che andrà tutto bene, e della loro meravigliosa incoscienza, di cui ho grande nostalgia.


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Svengo dopo il tg

Guardare il telegiornale è sempre deprimente. A volte di più.

Ignorando le notizie politiche, perché quelle mi danno un incoercibile senso di nausea ancor prima di sentirle, riesco ad arrivare alla fine con la schiena piegata a colpi di guerre, vittime innocenti, stragi di migranti.
Chi me lo fa fare, mi chiedo, e infatti non lo faccio quasi mai.

Stasera, per ragioni personali, due immagini in particolare vanno ad aggiungere un tocco di amaro al mio pasto: milioni, milioni e ancora milioni di euro di evasioni fiscali. Enormi flussi di capitali sottratti al nostro paese da eserciti di Paperoni più o meno illustri che nuotano a grandi bracciate nei loro depositi, alla faccia di chi lotta ogni giorno per stare appena a galla.
E poi ancora loro, le olgettine, ruby rubacuori e tutto quello squallido circo di corpi locati e anime svendute.
Speravo di non sentirne parlare mai più. NON VOGLIO sentirne parlare mai più.

In quest’oceano di schifo, affiora mesto il pensiero di mia figlia diciassettenne.
Splendida ragazza (se trascuriamo il carattere appena appena tendente al merdosetto), studentessa eccellente di liceo linguistico, pratica l’inglese come se fosse nata in terra di Albione, è in grado di discorrere agevolmente in spagnolo, studia con profitto il cinese e ha appena vinto una borsa di studio per un soggiorno in Cina.

Dove non andrà, perché dal contributo sono escluse le spese di viaggio, e io il viaggio non glielo posso pagare.
La depressione aumenta. Il senso di ingiustizia mi opprime.

Poi penso che è sana, fiera, onesta, intelligente.
Se la caverà anche senza andare in Cina.


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Interno notte – 2

La luce ora c’è ma il movimento no. L’ascensore non riparte.
Premono entrambe più volte sul pulsante di emergenza. Un trillo rimbalza nel buio su e giù per la tromba delle scale. Invano. Nessuno reagisce, figuriamoci Giovanni, completamente irretito da “Sepolti in casa-animali”.
Possibile che in tutto il condominio non ci sia altra anima viva?
Le scale, maledizione, perché non ho preso quelle?
Il pensiero è solo di Dina; l’altra, con quegli stivali, non se lo sogna nemmeno di fare cinque piani a piedi, per di più in discesa.
L’ascensore è fermo, il silenzio sembra anche, ma di nascosto frigge e pizzica.
Il tempo, dal canto suo, se ne infischia delle esigenze umane e avanza crudele.
La ragazza è nervosa, scruta l’orologio continuamente. Di solito la cosa funziona, per fermare le lancette, ma solo nel caso contrario, quando vorresti che le ore mettessero il turbo.
Anche l’aria è in continuo movimento e sposta – canaglia – verso l’alto i variegati olezzi che sgusciano fuori dai sacchetti dell’immondizia. Li porta su a litigare col profumo intrigante della Slo-vacca. Tocca parlarle, porca miseria.
“Mi scusi eh, dai sacchetti esce un po’ di odore, sa com’è, ho fatto le acciughe al verde, poi c’è il cavolfiore di ieri…”.
“Fossero tutti lì, i problemi. Io se non esco subito di qui sono nei guai seri, sai che me ne importa della puzza dei tuoi cavolfiori”.
Arrogante…
Le squilla il cellulare, e per qualche minuto è tutto un ricamo sghembo di parole abbaiate e pezzi di rabbia sputati da una voce maschile, rimpalli di proteste, improperi e repliche acute, tutto ovviamente in slo-vacco. Un ultimo insulto scandito in perfetto italiano chiude la comunicazione.
“Mezzanotte meno venti, ecco, mi sa che ho perso la Messa”, bisbiglia Dina, guardando per terra.
Ma è inutile cambiare argomento.
“E io il mio numero con Pretty Blackie “Le Regine fanno scacco matto”! Tiriamo su un botto di mance, con quello…”
“Ma la gente viene al night anche la notte di Natale?”
“E certo, che ti credi, c’è sempre il pienone. Sai quanti bravi cristiani scaricano la mogliettina e vengono su dopo la Messa? Sono i più scatenati. Hanno ancora le briciole dell’ostia nelle mani e te le infilano dappertutto.”
A Dina si drizzano i peli delle braccia. Pensa all’anno scorso, che aveva mal di testa, Giovanni l’ha portata a casa all’una e poi è tornato a mangiare il panettone con la cioccolata all’oratorio “Perché il parroco ci tiene così tanto…”
Si ripropone di chiedere conferma al prevosto, sempre che quello non le racconti una balla, ché tra uomini si proteggono sempre.

Lei il cellulare l’ha lasciato in casa; mica uno se lo porta dietro, per andare a buttare i rifiuti.
“Prestami il telefono, va, che provo a chiamare quella larva di mio marito.”
Tenendo l’apparecchietto in punta di dita a cinque centimetri dall’orecchio, per precauzione igienica, sbraita: “Come, dove sono? Sono bloccata nell’ascensore con la Slo…signorina del piano di sopra!”
“Cavolo, che fortuna! Perché a me non capita mai?” Risponde lui, mezzo intontito.
“Muoviti a fare qualcosa invece di dire scemenze, e dopo cancella subito il numero. Anzi te lo cancello io!”
Tempo dopo un discreto trambusto fa intravvedere alle recluse la possibilità di una repentina liberazione, ma la situazione non è così semplice. L’ascensore è fermo a metà tra due piani ed è necessario l’intervento del tecnico.
Dina è molto agitata, dovrebbe andare al bagno e non sa quanto potrà resistere. Le viene in mente quella pubblicità degli assorbenti profumati dove una donna – più anziana di lei, sia chiaro – prova imbarazzo a stare in ascensore con altri, poi si consola guardando i sacchetti pieni di immondizia: in quanto ad odori sgradevoli non ha nulla da temere, se anche dovesse sfuggirle qualcosa non ci sarebbe competizione.
La ragazza sembra abbastanza tranquilla, ora. Guarda per aria, sospira e batte ritmicamente un plateau ma per il resto non fa nulla di strano.
Fino a quando non lascia andare un gemito e scivola lungo la parete arrivando a posare il fondoschiena in terra. Appoggia la fronte alle braccia incrociate sulle ginocchia. Il pellicciotto bianco sobbalza.
“E’ la fine, sono rovinata.” Balbetta fra i singhiozzi.
Ecco, ci mancava solo questa. La Dina non sopporta le frigne, soprattutto quelle di chi è causa del suo male. Le tirerebbe un calcio nel sedere ossuto, così almeno avrebbe un motivo serio per piangere.
Ma invece: “Dai, smettila, non è niente di grave. Fra poco usciamo”, le dice, infastidita, dopo un po’.
“No, è gravissimo invece! Erzan ha detto che se salto ancora una serata sono fuori dagli spettacoli. Stavolta mi tocca andare a battere per strada.”
“Ma no, sono sicura che trovi una soluzione.”
“Tu che ne sai, il tuo problema è la messa di Natale. Io qua non ho nessuno che pensi a me, devo risolvere tutto da sola e mandare pure i soldi a casa.”
“Ma hai dei figli, in Slo…?”
“Quale Slo…in Bielorussia, vengo da lì. No, ho solo mia mamma e una sorellina di otto anni.”
“Mi spiace. Anche io ho una figlia più o meno della tua età che vive lontano, in Danimarca, ma è là per studiare, e per mantenersi fa la cameriera, lei.”
”Anche io a mia mamma ho detto che faccio la cameriera.”
“Ah.”
A Dina la pelle d’oca non va più via, stanotte. Le parole invece le ha smarrite, scappate dietro a fotogrammi mentali di ipotesi terrificanti.
Sente di colpo le ginocchia stanche. Si siederebbe anche lei per terra, se non fosse che il bisogno si fa impellente e teme di allagare il pavimento.
Sospira forte. Stira la schiena contro la parete, incrocia le gambe strette strette, supplicando la muscolatura di resistere.
“Che hai?”
“Niente.”
“Perché fai così? Ti scappa?”
“No, no.”
“Dai, ti scappa…si vede!”
“Embè?”
“Embè niente. Se ti scappa è un casino. Come fai?”
“Bella domanda, è un’ora che ci penso!”
“Non hai niente che vada bene lì dentro?” dice la ragazza allungando il collo verso i rifiuti.
“Ma che dici, sei impazzita? Non vorrai mica che la faccia in una bottiglia?”
“In una bottiglia no ma in questo sì!” esulta l’altra, alzando il bidoncino del vetro.
“Neanche per idea.”
“Allora fattela addosso. Sai cosa me ne importa, glielo spieghi tu a quelli là fuori, quando ci aprono.”
“No!”
“Guarda che a me è già capitato. In un treno con il bagno rotto, e non sono stata così fortunata, avevo solo una bottiglia vuota di coca-cola.”
“E come hai fatto?”
“Eh…ho fatto. Dai, usa questo, che ci vuole.”
Dina è tentata. Sente di non resistere più, ma esita.
“Da fuori sentiranno il rumore.”
“Ci penso io.”
La giovane maneggia il telefono e poco dopo parte una canzone.
“Dai, falla.”
“Tu girati, però. E prometti che non dirai nulla a nessuno!”
“Promesso.”
“Ehi.”
“Che c’è?”
“Grazie.”
“Figurati.”
Un’ora dopo in quello spazio angusto le due donne sedute in terra, i fianchi appiccicati, le gambe incrociate vicino ai sacchetti posati sul bidoncino, hanno trovato infine il modo di rosicchiare il tempo.
Quando il tecnico e Giovanni, piuttosto in ansia per il silenzio prolungato, riescono a infilarsi nell’ascensore e strizzano i nasi per il tanfo bestiale, ronfano beatamente.
Una testa sulla testa. L’altra sul pellicciotto bianco, sporcato di acciuga.

Poco dopo tra sbadigli e stiramenti di membra indolenzite le due si salutano.
Giovanni fa il gesto di prendere i rifiuti ma Dina lo blocca.
“No! Ci penso io!” Intima, facendo l’occhiolino alla ragazza, che si toglie gli stivali e sale le scale ridendo.
Il povero Giovanni non capisce, ma come mille altre volte si adegua. Le donne hanno sempre qualche mistero. Alza le spalle e va a spegnere la tv, che ha continuato per tutto il tempo a sbraitare inutilmente.
Sono le cinque del mattino di Natale.
“Giovanni”, biascica Dina nell’ingresso, “La nostra bambina, a Copenhagen, non è che fa anche lei gli spogliarelli?”
“Ma l’hai vista?”
“Cretino che non sei altro, vuoi dire che è brutta?”
“No, dico, è bellissima, ma è alta un metro e mezzo, non puoi paragonarla alla Slo-vacca.”
“Non chiamarla così, è una ragazza in gamba, studia all’università e si chiama Hristina. Come nostra figlia, ma con l’acca. E poi non viene dalla Slo…”
“Ma eri tu che…”
“Basta! Io non la conoscevo, e adesso invece sì. E fra poco anche tu, visto che oggi mangia da noi; non ha mai assaggiato le acciughe al verde, ti pare possibile?
E a Pasqua andiamo a Copenhagen, che voglio controllare di persona cosa fa Cristina.”


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Interno notte – 1

22,37.

Giusto il tempo di riordinare la cucina e prepararsi per la Messa di mezzanotte. Non sia mai che si vada via con la casa in disordine, e se poi venissero i ladri? Girano parecchio, durante le feste. Bande di disgraziati stranieri che ti ribaltano tutto pur di scovare un euro. Ci manca che poi vadano a dire in giro che gli italiani sono trasandati.
Dina ripone in frigo la terrina di acciughe al verde che ha appena preparato, soddisfatta. E’ sempre fiera, delle sue acciughe al verde. Costano un sacco in soldi e fatica, medita massaggiandosi il fondo della schiena col polso sinistro per non sporcare la tuta di acciughe – che poi da quanto puzzano toccherebbe lavarla subito – ma ne vale la pena. Sono uno dei punti forti del suo pranzo di Natale e poi Cristina ne va matta, per cui non rinuncerebbe a prepararle per nulla al mondo.
Certo, se Giovanni l’aiutasse non sarebbe male. Giorgio, il marito di Betta, le lava sempre lui, le acciughe, ma da Giovanni cosa vuoi pretendere. Quel balengo non sa far altro che guardare la tv. Le rovinerebbe.
“Giovanni! Porta almeno giù l’immondizia, mentre io pulisco la cucina.”
Ma lui non sente neanche, completamente ipnotizzato com’è dalla grassona americana che vive con 49 topi in camera da letto.
“Giovanni!”
In quella casa non si può proprio contare sull’aiuto di nessuno, così Dina sbuffa un po’ poi lega ben bene il sacchetto dell’organico, prende su anche il bidoncino del vetro, sempre colmo “Neanche fossimo due ubriaconi” e già che c’è anche l’indifferenziato. Che poi a che serve dividere, quando lo sanno tutti che quei pelandroni dell’azienda dei rifiuti mischiano tutto insieme… tutte scuse per grattare soldi alla brava gente che paga le tasse.
Dina borbotta e si ferma un momento sulla porta a guardare all’ingiù, prima di uscire sul pianerottolo. La tuta ha i bordi slabbrati, una medaglia d’unto sul belvedere, e le ciabatte sono in uno stato che è meglio non commentare, ma tanto deve solo scendere un momentino e del resto le ciabatte non son mica fatte per essere esibite. Se Dina si guardasse allo specchio si accorgerebbe anche che ha i capelli tutti schiacciati da una parte e uno sbaffo da pirata sulla guancia, fatto di acciuga (dev’essere successo prima, quando aveva quel prurito), ma nell’ingresso lo specchio non c’è, quindi lei si guarda solo dove riesce, e va.
Sta aspettando l’ascensore quando sente chiudere una porta e il rumore dei tacchi. Quei tacchi li conosce bene, sono della Slo-vacca, la bionda che abita di sopra, nella mansarda. Esce ogni sera più o meno a quell’ora, anzi di solito più tardi, quando Dina e Giovanni sono già a letto e non riescono a dormire (mai che a lui venga in mente un’alternativa) per colpa di quel tic-toc che va avanti e indietro senza alcuna pietà per la gente normale. Perché la Slo-vacca normale non è. Esce a quell’ora per andare in un night della collina a combinare chissà quale porcheria che non si può dire, e poi torna insieme al sole, quando le persone serie si alzano per andare al lavoro.
Non si può dire e neanche si dovrebbe pensare ma Giovanni la pensa e Dina lo sa, ah se lo sa, perciò non può sopportare la Slo-vacca e farebbe qualsiasi cosa per non dividere con lei l’ascensore, che su, fino alle mansarde, non arriva.
Preme e ripreme il pulsante con la lettera T ma quello è lento come una quaresima, altro che Natale.
La porta finalmente comincia a chiudersi e il pericolo pare scampato, quando la punta argentea di uno stivale munito non solo di tacco ma anche di plateau da cugino di campagna si infila in mezzo e la Slo-vacca si materializza in tutto il suo metro e ottanta di sfacciataggine.
Dina soffoca il grugnito e lo morde in un “Buonasera”, poi volta lo sguardo dall’altra parte, come si fa quando si è costretti in uno spazio ristretto con un estraneo.
Ma intanto con la vista laterale scannerizza.
Mica per relazionare a Giovanni, che poi quello sogna, allunga la mano e la ritira tre secondi dopo, no no. Racconterà di com’era conciata la vicina alla sua Cristina domani, quando verrà da Copenhagen per il pranzo di Natale.
Ha appena analizzato il secondo chilometro di gamba ed è arrivata a un coriandolo di ecopelle nera che dovrebbe fungere da gonna, quando la luce va via e la cabina si ferma.
Una strilla, l’altra impreca. Non si sa cosa dice ma Dina lo capisce dal tono.
Un attimo dopo si accende la lucina d’emergenza. Purtroppo, brontola dentro di sè Dina, perché così sono costrette a guardarsi e lei non è proprio in vena di essere guardata, conciata com’è, e tanto meno di comunicare con una che la infastidisce solo per il fatto di esistere. Fortuna che trenta centimetri buoni dividono in altezza le due prigioniere, che così non sono costrette a inquadrarsi negli occhi.


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Smile

Ce l’abbiamo un’arma, contro chi ci vorrebbe spaventati, ansiosi, depressi, incattiviti. Soli.
Ce l’abbiamo.
Ce l’abbiamo e ha una forza invincibile, inversamente proporzionale alla sua semplicità.
Io ce l’ho e la uso anche per combattere il destino, quando si diverte a sbattermi la fronte contro gli spigoli aguzzi della vita. La uso perché ad ogni mazzata il dolore è così pesante da schiacciarmi sul fondo ma poi si trasforma in energia vitale che mi riporta su, più in alto di prima, più forte che mai.

Io ce l’ho, e la uso perché sono viva. Lo sono adesso. In questo istante unico e prezioso. Irripetibile. Sacro come ogni istante.

Io ce l’ho, la spingo fuori forte.

La uso per Samantha, per Max, per Letizia. Per tutte le persone che, intorno a loro e con loro, come tanti petali scrutano il cielo alla ricerca di un raggio di sole che le scaldi un po’. Per chi si sente impotente. Per chi si sente tradito. Per chi non sa cosa sperare.
E anche per me.

sorriso


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A lei (ricordo)

Io li conosco, quegli occhi.rose_in_the_mirror_by_svitakovaeva-d3e9dnt

Li ho incrociati per mesi nello specchio, in un tempo che non mi appartiene più, quando, incredula, scrutavo una realtà dai colori improbabili, alla ricerca di un tranello che doveva esserci, doveva.

Mi aspettava, infatti, proprio là, dove avevo già guardato dieci volte, ricoperto da uno strato sottilissimo di foglie dalle sfumature calde. Cadendoci pensavo adesso muoio. E’ giusto e non ho paura, lo so che il conto arriva, prima o poi, e nessun altro tira fuori il portafogli. Ma che non faccia troppo male, per favore.

Non morivo, e al ritorno mi sentivo forte, di un coraggio appoggiato su grucce di paglia.

Li conosco, quel loro fondo liquido racconta di umori incontrollabili, di sogni che si lasciano toccare e allora li accarezzi baldanzosa, e poi non sai che fartene, di quelle mani, che se potessi te le infileresti nel petto per lasciarle lì per sempre.

Ma non puoi.

Il sangue con i sogni non si amalgama.

Quegli occhi che adesso mi trapassano non hanno bisogno di specchi, e stanno in un altrove che spaventa, tanto è profondo e torbido. Han perso ogni interesse  per dettagli che allontanano dal nucleo essenziale delle cose, spine dispettose e ridicole che non intaccano la carne.

Non si possono nascondere, occhi così.
Soltanto una cieca intenzione può evitare d’imbattersi negli avanzi dell’incantesimo che li abita ogni notte, quando finalmente, a passo lieve, s’incamminano per l’unico sentiero che vogliono esplorare fino in fondo, quando si slegano dal tempo e si lasciano cadere in un abisso senza impatto.

 Osservo quegli occhi, incastonati nel tuo viso sperduto. Un poco mi feriscono, ma quello che mi scappa è un sorriso leggero.

In fondo è solo un graffio.

Brucia piano, mentre rovescio parole a senso unico.

E tu, zitta, mi racconti vita.